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Biava

Cerchi un canale che accompagna strade e trovi un marciapiede che si dipana,
ricordi un trattore che pettina terra e scopri una gru che s'innalza,
guardi un campo della tua infanzia e vedi una palazzina che nasce

e provi a pensare alle coppie che vi saranno felici e ai volti dei loro bambini
ma tutto quello che vedi sei tu che corri nel granturco e il granturco che frusta il tuo volto.

Ailurosofia, de juventute

Ieri sera ero sul letto con la mia gatta che si leccava, e leggevo il giornale che i giovani non lavorano e si drogano, e allora ho girato pagina e i giovani che non parlano ché hanno feisbuc e tuitter, e allora ho guardato la mia gatta e le ho chiesto,
Come fai a dormire sul letto e a far fusa
che i giovani fuori scoppiano e uccidono e ridono
come resti impassibile come trovi la pace avanti dimmelo

Allora la mia gatta si è svegliata di colpo
mi ha guardato dritto negli occhi
e con il pelo arruffato mi ha detto,
Ora dormo di pancia

Ailurosofia, de bello

L'altra sera ero sul divano con la mia gatta che si leccava, e guardavo il tiggì e sentivo della politica della guerra della morte, e allora ho cambiato canale e c'era un altro tiggì che invece parlava della morte della guerra della politica, e allora ho guardato la mia gatta e le ho chiesto,
Come fai tu a stare tranquilla qui sul divano a consumarti la lingua col pelo
che nel mondo ci ingannano e ci sparano e ci spalano sopra la terra
come resti impassibile come trovi la pace avanti dimmelo

Allora la mia gatta ha smesso di leccarsi
mi ha guardato dritto negli occhi
e con la lingua tra i denti mi ha detto,
Ho finito i croccantini

Baby Blues

Una lezione da ricordare. Sia per i maschietti che per le femminucce.
As seen on BabyBlues.
Questo blog segue il padrone e se ne va in vacanza per un paio di settimane. Godetevi il tempo in cui rimarrete soli.

Virtualmente perfetti

L'aspirazione al bello, nelle sue accezioni più varie (benessere, piacere, comodità, vantaggio, avvenenza), muove il mondo dalla sua nascita. La selezione naturale, ciclicamente, ne delinea i profili (Il più adatto è il più bello); la natura stessa la introduce e l'umanità, figlia degenere, la corrompe.
Gli Egizi per primi sfalsano la realtà e cominciano a truccarsi; i Greci continuano la tradizione e riformulano il macroconcetto (Kalòs kagathòs, bello e buono: Efialte è deforme e tradisce Leonida). Il progresso incentiva la corsa allo sfalsamento, la competizione naturale resa superflua. L'aspirazione al bello tuttavia persiste e trova due valvole di sfogo: la plasmatura di tutto ciò che è individuo; e quella di tutto ciò che non lo è. La prima non ha nome; la seconda si chiama arte e spesso sconfina nella sorella.
Quella corsa verso il miglioramento di se stessi segue una propria strada e influenza l'arte in seconda battuta. La millenaria e monotona tradizione cosmetica, al giorno d'oggi, sta violentemente lasciando il posto alle nuove chimere; volgarmente, chirurgia plastica nel passato prossimo, e realtà virtuale nel presente. Gli strumenti si adattano all'ambiente. La scoperta del metallo ha concesso l'aratro e la spada; in giorni digitali, dove il social networking snatura il concetto di amicizia - fondamentale alla sopravvivenza in passato - Photoshop è lo strumento sovrano e lentamente scalza i precedenti.
L'appiattimento sarà ancora più forzato nel futuro lontano; non è sbagliato presupporre, dato un sufficiente lasco temporale, un avanzamento tecnologico notevole. Ora la persona è sviscerata digitalmente; prossimamente sarà plasmata dal nulla. E' lecito pensare a persone, politici, attori completamente digitali; l'arte finalmente si fonderà alla ricerca del bello per non staccarsene più, e con lei morirà, in maniera definitiva, la relazione sociale fisica.
Le conclusioni dipinte sono presumibilmente false, ma è possibile leggervi in essa stracci isolati di verità. L'aberrazione che si può provare è insignificante. Un contadino medioevale troverebbe aberrante il nostro mondo, come noi consideriamo vuoto il suo; è ragionevole supporre che, tra centinaia di anni, noi saremo vuoti agli occhi di chi noi penseremmo come aberranti.

Redenzione

Stamattina è arrivata la notizia dell'arresto di Ratko Mladić. E' stato impacchettato e spedito all'Aia. Ma quale punizione si può dare a una persona del genere? Se marcisse in cella per il resto dei suoi giorni, se vivesse tre anni con ogni famiglia distrutta, se morisse cinque, dieci volte per ogni volto di Srebrenica, non restituirebbe i figli ai padri, i nonni ai nipoti, le mogli ai mariti. L'impotenza è la più terribile delle consapevolezze; le più ardenti fiamme dell'inferno mai la cancelleranno.

Il matto del barbiere

Giocai la mia prima partita a scacchi ai tempi in cui la formichina dei denti ancora nascondeva un soldo sotto al cuscino. Alla Festa dei Ragazzi, furono organizzati tornei di dama e scacchi; gli animatori, assetati di punti, iscrissero in massa tutta la contrada. Molti di noi, me compreso, avevano visto la scacchiera solo col binocolo; ci dedicarono dunque una mezzora per illustrarci il matto del barbiere, nella fioca speranza, se non di mettere in saccoccia una manciata di punti, almeno di sfoltire le file nemiche. Purtroppo, però, nessuno mi spiegò che in ogni turno si può muovere un solo pezzo, arrocchi esclusi. Alla prima partita, mi toccarono i pezzi bianchi; pensai che la fortuna mi arridesse. Con una certa eleganza (lo devo ammettere), eseguii da buon automa l'apertura che mi era stata inculcata, spinta del pedone di re, sviluppo della regina in h5, sviluppo dell'alfiere di re in c4; dopodichè, guardai soddisfatto il mio avversario, convinto di averlo messo nel sacco con il mio potente spiegamento di forze. Con una certa soddisfazione, gli lessi in faccia una incredulità disarmante (compresi in seguito che, per la sorpresa, non riuscì nemmeno a ridere).
Persi la partita.

Degli inni della Serenissima

Per quanto vuoto e retorico per propria natura, un inno nazionale non è mai vano. La cultura di una nazione vi si identifica; se non estremizzato in sterile nazionalismo, può insaporire delicatamente il rapporto con la propria terra. Ma trovo piuttosto irritanti gli inni con effetto retroattivo.
Penso sia più che legittimo, per una nazione nata in seguito alla moda degli inni (diciannovesimo secolo) procurarsene uno, se ciò le aggrada; ma alquanto stupido è affibiarne uno ad una nazione, morta e sepolta, che non ne ha mai avuto alcuno. La Serenissima Repubblica è defunta nel 1797, spoglia di inni come quasi tutte le altre nazioni dell'epoca; e spesso si legge invece che l'Inno a San Marco sia da sempre sulle labbra dei veneziani. Fa sorridere come tanti secessionisti veneti difendano un testo redatto in un perfetto italiano, riempiendosi la bocca di argomentazioni ostentatamente in veneto (uno dei tanti, non importa quale). Attenzione: non nego di apprezzare l'Inno a San Marco; ne disdegno, piuttosto, le storpiature politiche. 
Ho provato a fare qualche ricerca, online e offline, sul testo; ho ricavato solo il nome, presunto, dell'autore (A. Bembo) e la conferma che è stato utilizzato a più riprese dal Battaglione San Marco, Marina Italiana oggi, Regia Marina ieri. Molto venete entrambe. Ora, l'unico A. Bembo di cui io ho cognizione é Ambrosio, nobile veneziano e ufficiale di marina del diciassettesimo secolo, che redasse un diario dei propri viaggi per mare. Il testo dell'inno appare ben più recente, e ben più toscano; tendo quindi a ritenere la fonte come non attendibile. Ad ogni modo, se qualcuno ha fonti migliori delle mie, sono sempre aperto a conferme o smentite.
Il buon Alessandro, di recente, mi ha segnalato un'alternativa più seria. L'oratorio Juditha Triumphans è stato composto nel 1716 per celebrare la riconquista veneziana di Corfù ai danni delli Turchi; il coro finale, il Salve Invicta Juditha Formosa, é una ben poco nascosta celebrazione trionfale. Compositore e paroliere sono noti (Antonio Vivaldi/Jacopo Cassetti); ciononostante, il succo del discorso non cambia. Non mi risulta che in occasioni ufficiali Venezia ricorresse al coro vivaldiano; ancora una volta, l'elevazione ad inno è un falso storico che sembra soddisfare movimenti più politici che non culturali. 
Suonerò probabilmente vano, ma si vocifera che tentar non nuoce: invito tutti gli interessati all'argomento a mantenersi allo stesso livello, l'unico possibile, al quale quest'aria mi è stata proposta: quello culturale. Sono orgoglioso di essere discendente della Serenissima, e mi vergogno dell'Italia d'oggi; ciononostante, riesco a pensarmi allo stesso tempo veneto e italiano. La cosa non mi crea scompensi ormonali come a tanti altri; trovo piuttosto infantile infangare nomi illustri, noti ed ignoti, con mollacciose diatribe. Ascoltiamoci Vivaldi, che è sempre così nuovo e sempre così se stesso, sprofondiamo in questa e in altre delizie di cultura veneta, e finiamola lì.

Salve invicta Juditha formosa. From Juditha triumphans devicta Holofernis barbarie (RV644), Antonio Vivaldi, 1716.


Arma, caedes, vindictae, furores. From Juditha triumphans devicta Holofernis barbarie (RV644), Antonio Vivaldi, 1716.

Selezione di nostalgie

I primi tepori primaverili mi ricordano sempre gli anni delle superiori. Nessuna nostalgia dei banchi di scuola; piuttosto, degli eterni tragitti in bicicletta. Pungenti nell'umida mattina, immersi negli ultimi vapori del Lemene, illuminati da un chiarore sempre più persuasivo; frenetici all'ora di pranzo, contagiati dall'entusiamo del pieno giorno, persi in torrente liberatorio di scemenze, non so se riesco a ritrarci bene, me, Nico, qualche volta il Dende, o il Gazz, non mi ricordo altri.
Caesar III ci ha unito più della scuola. Quante ore passate insieme a casa di qualcuno, con la pallida scusa dello studio combinato; la grassona del mercato lamentosa per la mancanza di cibo, il sacerdote scheletrico per quella di lavoratori. L'informatica era ancora un'entità poco conosciuta; invidiavo il Pentium II del Dende, che caricava il gioco in pochi secondi. La mancanza di musiche, che sarebbero giunte, le palme del deserto, il grano che cresceva a vista, le legioni, gli acquedotti, le navi, gli dei, tutto questo era poesia e non lo sapevo.

Oggi guardo con un mesto sorriso ad un gioco e ad una bici già ormai di altri tempi. Quello che sono stati, in un certo senso, per me dura ancora.

Della scrittura di blog

Non voglio dare consigli su come si scriva un blog; la rete è già zeppa di regole, buone o cattive, perchè io ne aggiunga altre. Solo, una manciata di osservazioni dalla mia discreta esperienza.
Scrivere dovrebbe essere un piacere; questo dovrebbe far crollare qualsiasi inquadramento. Vero è che un blog, per sua natura, tende verso stili semplici, chiari, di effetto; ciò nonostante, un blogger è libero di fare (e scrivere) quello che gli pare: post biblici, abuso del vocabolario, pubblicazioni rade, impaginazione scoordinata. Che piaccia o meno alla gente, dovrebbe essere insignificante. Io tendo a seguire le regole che mi piacciono: post di media lunghezza, giustificati, una o due immagini correlate, stile informale. Questo non mi vieta di uscire dagli schemi quando ne ho voglia: post senza foto o formali (Canti della Gilda), citazioni che trovo interessanti o piacevoli, rielaborazione di stili o temi famosi per il mio diletto (Borges e il fantastico, la nuda ipotassi di Saramago). 
Non si dovrebbe mai scartare quanto si è scritto. Il continuo esercizio dà i suoi frutti: rileggere il proprio blog nel tempo permette di cogliere la propria evoluzione come blogger. Io pubblico sempre ogni cosa che scrivo; di molti post quasi mi vergogno, per contenuti o forma; di alcuni sono ancora piuttosto soddisfatto. Con il passare del tempo, gli uni lasceranno il passo agli altri.
Finale. Lambiccarsi le cervella dà frutti mediocri: se non si ha nulla, o poco, da dire, è meglio deporre la penna (la tastiera). Curiosamente, i post che apprezzo maggiormente sono partoriti di getto.
Tutto ciò dovrebbe valere, nella mia modesta opinione, per blog personali; tralascio volutamente quelli settoriali o condivisi.

Divertimento sull'Eterno Ritorno

Torno un'ultima volta gli argomenti toccati in questo post e in quest'altro. 
Chi conosce Nietzsche avrà riconosciuto qualche stralcio della dottrina dell'Eterno Ritorno. Tralascio le oscure parole scolpite ne La Gaia Scienza e Così Parlò Zarathustra, e riporto quelle chiare e matematiche presenti nei Frammenti Postumi: "il numero delle posizioni, dei mutamenti, delle combinazioni e degli sviluppi di questa forza [il cosmo, ndAle] è certamente immane e in sostanza “non misurabile”; ma in ogni caso è anche determinato e non infinito. È vero che il tempo nel quale il cosmo esercita la sua forza è infinito [...]. Conseguentemente, lo sviluppo momentaneo deve essere una ripetizione, e così quello che lo ha generato e quello che da esso nasce, e così via: in avanti e all’indietro! Tutto è esistito innumerevoli volte, in quanto la condizione complessiva di tutte le forze ritorna sempre."
Curiosamente, Borges confuta questa visione, che fu vedica (Saṃsāra) e platonica, prima che nietzschiana. Ne La Dottrina dei Cicli (da La Storia dell'Eternità, 1935), chiamando in causa Cantor, suppone che lo spazio sia infinito, come il tempo; in un metro ci sono tanti punti quanto in tutto l'Universo; cade l'ipotesi di finitezza, cede l'Eterno Ritorno (ci saranno infinite combinazioni; le ripetizioni sono ridotte a probabilità quasi nulle).


 L'argomento non mi convince del tutto; mi ricorda Zenone e i suoi paradossi spaziali. Mi convince, invece, il trucco per rompere la ciclicità, per slegare l'Uroboro: estendere l'infinito al di fuori del tempo. Una prima soluzione, acerba: nell'istante x, penso al numero naturale n. Nel ciclo successivo, all'istante x, penso ad n+1. I numeri naturali sono infiniti; ho dunque infiniti cicli: non ne ripeterò mai alcuno. 
L'argomento cade, perché la finitezza rispunta vivace: la mia vita, in un ciclo, è finita: dopo incommensurabili cicli, n è talmente grande che esaurisco la mia vita pensando ad esso; n+1 non può essere pensato, perché pensarlo richiede più del tempo concessomi. La soluzione è molto meno intricata. Suppongo che in uno qualsiasi dei cicli del tempo venga scoperta la ricetta per mantenere vivo un corpo ed una mente per un periodo lungo a piacere (supporre l'Eterno Ritorno concede di immaginarlo); in questo ciclo, e in tutti quelli simili, posso pensare numeri finiti e incommensurabili; la confutazione cade nuovamente. 
Ultimo passo: semplifichiamo ancora. In alcuni dei cicli, posso decidere la data della mia morte, per quanto appena detto; in molti di essi, non decido mai di morire, ma muoio per altre cause esterne; in uno, non decido mai di morire, e nessuna causa esterna mi uccide. Sono immortale e accompagno il tempo nella sua infinitezza: il ciclo è infinito perché vi appartengo. Il ciclo successivo non arriverà mai.


Nota. Non ho né le competenze, né la capacità per discutere di filosofia a livelli soddisfacenti. Oltretutto, mi stanco presto; si potrebbe obiettare in molti modi alle mie conclusioni (infinità dello spazio, Cantor e i diversi livelli di infinito, cicli periodici vissuti più volte dall'essere immortale...). Leggete queste righe per quello che sono: un mero divertimento. Non escludo che in futurò continuerò a lambiccarmi le cervella.

Fantasie necessarie

Da qualche scritto di Borges ho recuperato la seguente immagine di Nāgārjuna: Se ci fossero tanti Gange quanti granelli d’arena ci sono nel Gange e poi tanti Gange quanti granelli d’arena nei nuovi Gange, il numero dei granelli d’arena sarebbe inferiore al numero delle cose che il Buddha ignora. Quanta conoscenza sfugge ogni istante? Concentrarsi su un simbolo in un dato momento significa ignorarne un numero quasi infinito. Una goccia d'acqua cade nel palmo aperto della mia mano: innumerevoli altre non vi cadranno
e innumerevoli cadranno nascoste ad occhi avidi
e nessuno tramanderà il loro suono.

 * * *

Quella singola goccia, con la sua intricata genealogia, postula l'Universo. Simboli lontani si sono intrecciati per lenti milioni di anni
e una scimmia ha mosso il primo incerto passo
e in una stanza buia una madre ha generato un figlio che sarà Annibale e Attila e Napoleone
perché ora quella goccia d'acqua punga la mia mano.

* * *

L'Universo è un'albero, un mosaico inconcepibile nella sua vertigine, e quella goccia è una foglia, una tessera, che lo racchiude; la foglia diventa ramo, sulla tessera poggiano altre tessere, in una danza perfetta e inevitabile. Un giorno un uomo riderà abbracciando una donna
e un fiore sboccerà in Irlanda
e tutto il futurò sarà necessario
perchè una goccia di pioggia ha bagnato il mio palmo e ha ispirato queste righe.

* * *
L'albero, o mosaico, è infinito; non è verosimile una radice o una tessera prima. La sua espansione è continua e inconcepibile: non è sbagliato supporre trame periodiche, o quasi. Scrivo queste righe che sono già state scritte e che lo saranno nuovamente
e in qualche eone non cadrò dalla bicicletta in un giorno di luglio
e in altri non giocherò con un gatto sulla riva di un fiume
e in infiniti che ignoro non farò, o non ho fatto, entrambe le cose.


Aggiunta. L'abuso di Borges è volontario. Egli sapeva di contribuire all'intricata entropia dell'Universo, di far vibrare i sottili filamenti che lo sostengono; scrisse anche perché un giorno di inverno, o molti, una figura di un'altro emisfero lo leggesse e concepisse queste fantasie, che lo plagiano e si condannano.

Digressione fantastica sulla morte

La morte investe di gloria le idee del morente. Vado oltre: la morte le rende reali e pesanti, libera un fardello che i posteri non possono ignorare, e li costringe a liberarsene con un sacrificio uguale. Socrate beve la cicuta perché sicuro dell'immortalità dell'anima, rendendo così immortale il concetto stesso; Giordano Bruno lo spazza e immortala l'idea opposta, bruciando in Campo dei Fiori. Schopenhauer cerca vita e morte da misantropo per perpetuare il proprio pessimismo, e vi riesce solo in parte, a causa della tarda amicizia di Wagner ed altri apostoli; arrischio ancora: Nietzsche abbraccia un cavallo e diventa pazzo perché vuole morire pazzo; o meglio, superuomo.

Faustiniana Clarissima Femina

Non avevo mai sentito parlare di Gino Facchin fino a poche sere fa, quando in un vile succo di stanchezza, cultura e campanilismo, ho sfogliato una ricca e curata antologia della storia di Concordia, o meglio della sua diocesi. Due volumi che da venti anni riposano, fin troppo, nel mio salotto.

Ho scoperto così le discrete doti poetiche di questo stimmatino di origini concordiesi, defunto circa otto anni fa. Quasi trentenne, dedicò una coppia di poesie al suo vecchio paese natale e alle importanti origini. Riporto il testo della poesia in oggetto, dedicato a Faustiniana, nobile matrona di fede cristiana del quinto secolo dopo Cristo, il cui prezioso sarcofago ognuno può ammirare negli scavi romani sotto piazza Costantini.

Il mio abito è lutto
e vietato è l’amore alle mie mani
spalmate d’olio santo.
Ma oggi accarezzo con pia voluttà
La conchiglia e il cantaro
e le foglie tenaci di palma
espanse sul tuo sepolcro,
Faustiniana.
Odora il nardo delle tue vesti
negli orceoli vuoti
e il tuo passo mi è accanto
più leggero del lungo silenzio
dei secoli, matrona,
nell’ombra soave di un sogno
per colloqui soavi
evocata.

Ci sono immagini notevoli e altre, secondo la mia modestissima opinione, un pò meno fortunate; per quanto mi riguarda, ho apprezzato molto gli echi dal Cantico dei Cantici, lontani ma presenti (I tuoi germogli sono un giardino di melagrane / con i frutti più squisiti / alberi di cipro con nardo / nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo; Cantico dei Cantici, 4,13-14); la felice enumerazione; la delicata sinestesia del silenzio leggero.

Per i più pigri, riporto la migliore foto del sarcofago che sono riuscito a scovare, e l’iscrizione che si può leggere su di esso, con traduzione. (Non è permesso, ahimè, fotografare l’interno degli scavi.)
 


FAUSTINIANA C(LARISSIMA) F(EMINA)
FAMULA CHRISTI
SE SUAMQUE SEPULTURAM
VIVENS CHRI(STI) S(ANCTO) TABERNACULO
AC SANCTORUM MEMORIAE COMMENDAVIT

Faustiniana, donna di rango senatorio,
serva di Cristo,
ancor viva affidò sé e il suo sepolcro
al tabernacolo di Cristo
e alla memoria dei Santi.

Duecento lire

Il periodo delle elementari è particolarmente vivo di questi tempi. Continuo a dedicargli qualche riga, finchè il ricordo aleggia, non vedo motivo per non celebrarlo. 
La scuola dista tuttoggi mezzo chilometro da casa. Durante la bella stagione, ci andavo a piedi spesso. Alla mattina camminavo da solo, e mi godevo il silenzo, che grazie alle divinità ancora perdura. Percorrevo invece il ritorno con un amico che abita qualche metro accanto casa. Un giorno, non so chi di noi due trovò una moneta abbandonata a terra; fu un'illuminazione. Per settimane rientrammo da scuola camminando a testa bassa, cercando nuovi tesori. Alla fine i nostri sforzi da predatori furono premiati, e trovammo duecento lire. Il loro scintillio ci ammaliava. Avevo una gioia incontenibile in corpo; arrivai a casa e chiesi a mia madre di cambiarmele in due pezzi da cento. Il giorno dopo, consegnai metà del bottino al complice. Nei miei ricordi, questo è ancora uno dei gesti più sinceri di amicizia; se non é il più alto, almeno sarà stato il primo.
Continuammo per un certo periodo la carriera di raiders, poi un giorno trovammo una siringa usata. Eravamo coscienziosi e smettemmo. Queste righe intrecciano il simbolo di un'epoca.

Equiseti

Ogni mattina osservo, dal treno, ostinati equiseti arrampicarsi lungo la scarpata ferroviaria. Celebravo lo stesso rito molti anni fa, ai tempi dorati delle elementari. Costeggiavo la scuola, guardando a sinistra, a piedi o in bici; gli equiseti, caparbi, si inerpicavano allo stesso modo verso la strada, per non cadere nel fosso che la accompagnava. Mi sono sempre piaciuti, fin da quando la maestra ci spiegò che la stessa volontà li teneva in vita da milioni di anni.


Dopo gli equiseti, il fosso, dove alcuni dei miei amici, dopo la scuola, vanno a rane, Ma non è un posto buono, è meglio se andiamo fino al bacino, là non ci saranno auto a molestarle. Il fosso termina nel boschetto, ed accanto, campi, quasi sempre coltivati a mais; a ridosso dell'estate, quando il granoturco é ancora basso, e la scuola è agli sgoccioli, lo sguardo si perde fino alla strada del conte, e alle sue sparute case. Oltre, dove l'occhio non arriva, ancora campagna, la strada del frassine, il bacino, via acquador, qui cominciamo ad essere lontani, torniamo indietro, i filari di vite, la piazzetta, il pompon, e la strada di sassi di casa mia.

Tutte queste cose sono state, la maggior parte è ancora. Il fosso é stato interrato, gli equiseti si sono spostati lentamente altrove; un buon numero ora cresce dietro casa, incurante della soia. I primi campi accanto alla scuola si sono sacrificati all'edilizia. Mi domando quanto avranno il coraggio di resistere gli altri.

Ravenna

Nel weekend ho visitato nuovamente Ravenna. Causa portante, la mostra dei preraffaeliti, della quale ho già parlato in passato. Per l'occasione, dunque, mi sono fermato una notte per ammirare con calma, ancora una volta, i famosi mosaici. 

Che meritano senza ombra di dubbio l'iscrizione nei registri dei patrimoni dell'umanità dell'UNESCO. Ma la città in sè è piuttosto deludente, non se la prendano a male i ravennati. In particolare, il fascismo ha fatto scempi, con la sua architettura semplicemente triste, devastando un centro di per sé carino. In conclusione, Ravenna é piena di monumenti bellissimi, ma non è bella in sé. Caratteristica che, scusatemi il campanilismo, hanno Concordia e Portogruaro. Gli importanti scavi romani e paleocristiani della prima, e il delizioso centro medioevale della seconda magari non meriteranno mai confronti con i preziosi mosaici ravennati, ma sono permeati della bellezza antica del tutto, dell'insieme. Una mia personale musica delle sfere, in piccolo, come piace a me.

Dietro casa hanno seminato di nuovo la soia. Invochiamo la clemenza cimicea.

Le considerazioni di cui sopra sono state formulate a quattro mani con colei che ha condiviso con me la trasferta.

Circolo

Mangiare, Dormire, Giocare, tre parole sono forse troppo poche per distillare la vita di un bambino, ma bastano per occhieggiarne una fugace visione, giacché con l'età, come è ben noto, la si dimentica. Mangiare, Dormire, Giocare, cosa ci può essere di meglio, pensa il pargoletto, e non sa che è destinato a soccombere alle legge di natura, che aborre la stasi di una generazione ed è affamata di ricambio, e ben presto farà in lui germogliare un altro bisogno primario, avete già capito, gli dirà, Tu hai goduto del tuo periodo felice, concedi questo privilegio alla tua prole, ed ecco che il bambino cresce e con lui crescono i suoi bisogni, le sue finalità, Mangiare, Dormire, Giocare, Copulare, e vagherà e agirà per buona parte del resto della sua vita in cerca di alleviare i pruriti del basso ventre, mi si perdoni la citazione. E sarà contento del regalo, intendiamoci, non si renderà conto di essere lui stesso un giocattolo nelle mani di Altro, non si sa di cosa, sicuramente non di un dio, e si sollazzerà con esso e attorno vi costruirà palazzi, da solo o con altre mani, e sarà bello. Ma un bel giorno la Natura, così l'abbiamo chiamata all'inizio, leggerà nelle sue guance canute il ricordo dei tempi semplici, e pietosa glieli concederà per l'ultima volta, ed eccolo di nuovo intriso di quella che chiamiamo saggezza dell'età, senza ricordarci che noi stessi ne abbiamo già goduto, Mangiare, Dormire, Giocare, cosa ci può essere di meglio.

La visceralità del dialetto

"Ci sono due strati nella personalità di un uomo; sopra le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto. Quando se ne tocca una si sente sprigionarsi una reazione a catena, che è difficile spiegare a chi non ha il dialetto. C'è un nòcciolo indistruttibile di materia apprehended preso coi tralci prensili dei sensi; la parola del dialetto è sempre inchiavicchiata alla realtà, per la ragione che è la cosa stessa, appercepita prima che imparassimo a ragionare, e non più sfumata in seguito dato che ci hanno insegnato a ragionare in un'altra lingua. Questo vale soprattutto per i nomi delle cose.
Ma questo nòcciolo di materia primordiale (sia nei nomi che in ogni altra parola) contiene forze incontrollabili proprio perchè esiste in una sfera pre-logica dove le associazioni sono libere e fondamentalmente folli. Il dialetto è dunque per certi versi realtà e per altri versi follia.


Sento quasi un dolore fisico a toccare quei nervi profondi a cui conduce basavéjo e barbastrìjo, ava e anguàna, ma anche solo rùa e pùa. Da tutto sprizza come un lampo-sgiantìzo, si sente il nodo ultimo di quella che chiamiamo la nostra vita, il groppo di materia che non si può schiacciare, il fondo impietrito.
Non dico che questo è il dialetto, ma che nel dialetto c'è questo. So bene che non solo nel dialetto c'è questo, anzi ancor più in quell'altro dialetto degli occhi e degli altri organi del senso, quando il caso o certe disposizioni emotive determinano uno sfasamento tra il mondo delle parole e quello delle cose."

Luigi Meneghello, Libera Nos A Malo, cap. 5. 1963.

La falsa innocenza dei bambini

La semplicità dei bambini suscita spesso vene poetiche nelle persone sensibili al loro mondo, dove con vena poetica si intende quel letto ascendente lungo il quale le parole, prima sopite nelle profondità dello stomaco, si risvegliano e cominciano la spontanea e naturale risalita verso la bocca, ed ecco che senza saperlo e senza volerlo c'é chi si vede costretto a pronunciare frasi come la seguente, I bambini sono l'incarnazione dell'innocenza. Ora, sulle motivazioni per le quali l'immagine di un bimbo scatena, all'interno del nostro cervello, l'esatta titanica quantità di sinapsi il cui risultato finale è il concetto di innocenza, non é dato discutere in questa sede. Ci si vuole soffermare sulla possibilità che l'associazione appena descritta, così spontanea e conosciuta, possa essere non corretta.
La teoria della reminiscenza platonica, secondo cui non esiste conoscenza nella concezione comune del termine, bensì solamente come ricordo, suppone l'esistenza dei concetti a priori, se vogliamo operare una sintesi rapida e irrispettosa dei volumi che ad essa sono stati dedicati. Possiamo condividere questa teoria, o meno, il secondo caso é il più comune, ma volendo assecondare per un attimo questo innatismo, è facile concludere che una della prime idee che trovano facilmente strada nella testa dei bambini è la parolaccia, la bestemmia, la parola che non va pronunciata, e questo succede quando ancora il bambino non è in grado di discernere l'aura di repulsione che la ammanta, dipinta dai genitori. Non si accettano quindi obiezioni che facciano leva sull'eventuale intenzione di combinare dispetti ad essi, da parte del piccolo.
Il parentame passa lunghi mesi davanti all'espressione stupita e ingenua del figlio, cercando disperatamente di inculcare nelle sua testa vergine qualche parola, mamma, papà, nonno, paroline che infine entrano, piegate dai mesi di sforzi. Poi un giorno qualcuno, in qualche luogo, si lascia sfuggire, senza intenzione, una parola proibita, e zac!, 
 

 
é un momento, un amore a prima vista, il bambino capisce che ha appena imparato una dei concetti più importanti della propria vita, un gruppo di lettere che sarà uno dei più nominati lungo il corso della sua esistenza, e lo ripete, gustandolo in bocca, lettera dopo lettera, sordo alle preghiere disperate di chi gliel'ha involontariamente insegnata, ormai perso nei nuovi universi che gli sono stati spalancati. Chi scrive ha iniziato a bestemmiare all'età di quattro anni, quando il suo vocabolario consisteva di una dozzina di parole, e lo ha ostentato con orgoglio fino a quella che é chiamata età della ragione, in cui si comincia a discernere il significato delle proprie affermazioni, l'età, quindi, in cui il bambino perde la presunta innocenza.

Non si sostiene che l'innocenza dei bambini non esista, chi legge, indignato, porterà migliaia di controesempi che urleranno scomposti la tesi opposta. Chi scrive  ha voluto solo sventolare un fazzoletto di colore diverso, non si dica che non sia una buona abitudine.