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Gioielli di acciaio

Della recente sfera metallica, solamente un paio di album mi hanno colpito, nonostante la rifioritura di molti nomi blasonati (Symphony X, Rhapsody of Fire, Amon Amarth e Communic, per citare le uscite più eclatanti). Due album da due band, oltretutto, che abitano su pianeti completamente diversi, ma che condividono, oltre alla nazionalità statunitense, un importante punto comune: la capacità di innovare e proporre qualcosa di nuovo nell'ambito metal dal suo interno.
Arrows and Anchors è il quarto album dei Fair to Midland, band che nasce nel 1998 e cresce sotto la protezione di Serj Tankian, frontman dei System of A Down. E' praticamente impossibile voler etichettare la band e il suo album con un genere; volendo azzardare, potremmo dire che siamo di fronte ad una sensazione progressive, nel senso sperimentale del termine. Perché l'album è un autentico calderone: dalle chitarre sincopate al banjo, dagli accenni di screaming al basso ultradistorto, da linee vocali eteree a sfuriate metalliche, e nonostante tutto l'album scorre come acqua, in un unico flusso che ricorda Tool, Mechanical Poet, 3 (Three) e pesca a casaccio nell'universo alternative, fondendo il tutto con una semplicità disarmante, invogliando l'ascoltatore a premere di nuovo play e a scoprire ogni volta sfumature diverse. Gli strumenti non si chiudono in loro stessi (gli assoli sono praticemente assenti) ma sono al servizio del pezzo e, ciliegina sulla torta, delle impressionanti linee vocali che catturano e rinnovano ad ogni ascolto. Non un riempitivo, non un punto basso. In ambito post-prog, non sentivo nulla del genere da anni (2006 - 10000 days, 2004 - Woodland Prattlers, 2007 - The End Has Begun, per ricordare le band citate in precedenza). Ascoltare per comprendere.
I While Heaven Wept, che si erano fatti ben notare negli anni passati con un paio di album sopra la media, propongono un'operazione simile in generi musicali ben più classici, in quanto alleggeriscono il doom, uno dei sottogeneri più pesanti ed oscuri, con elementi ripresi dalla lunga tradizione prog-power. Il risultato è sorprendente: Fear of Infinity è l'album più epico degli ultimi cinque anni. In poche note (sette pezzi) sono concentrate tonnellate di idee e intuizioni, ma l'effetto finale, anche in questo caso, è una omogeneità di fondo che pochi album possono vantare, e che non stanca nemmeno dopo settimane di ascolti. Le vocals azzeccatissime ed ultraepiche sembrano uscire da una demo tape di qualche oscura band epic doom di inizio anni ottanta, ma allo stesso tempo la produzione è pulita ed ultramoderna. L'atmosfera greve e apocalittica intrecciata dalle chitarre, decisamente doomish, è impreziosita dal costante apporto delle tastiere, decisamente power, senza che per questo i pezzi perdano in potenza; perfino basso e batteria si rimettono in gioco con oltraggiosi blast beat recuperati dal metal estremo. Menzione d'onore per Unplenitude, ballad oscura ed eterea, che trascina la mente in infiniti spaziali ed ignoti, come titolo d'album vuole. Una lezione dolorosa per tutti quelli che ancora si illudono di scrivere musica epica (chi ha detto Manowar?).

Rumatera, nuovo EP

Dopo un giusto atendimento, i Rumatera sono rientrati dalla campagna veneta, puntuali come la bella stagione. La grande V è il nome dell'ultima fatica discografica dei toxi de campagna per antonomasia; cinque pezzi e collaborazioni più o meno prestigiose, a seconda dei punti di vista. Succulento preludio ad un album completo?

In un post precedente ho proposto il video del pezzo omonimo, sincero tributo alla cultura (coltura?) veneta e alla gioventù che la popola. La felice accoppiata Rumatera/Chuma chums, già comprovata con Assa perdare i Pin Floi, dà vita ad un pezzo fortemente ritmato e dall'appeal decisamente commerciale. Il testo decisamente autoironico (semo i teroni del nord...) condisce saporitamente il tutto. Punta di diamante dell'intero EP.

Nialtri cantemo in diaeto ma savemo l'Italian
se mi cato fighe in spiaja parlo anca American
un fià de tedesco pa farse capire o de francese sò quatro cagae
dopo ventisinque bire go el dono dea lengua internassionae

Tosi come mi, unico pezzo interamente Rumatera, riporta a lidi leggermente più rocciosi. Il testo è piuttosto scontato, ma non per questo meno apprezzabile; essenzialmente, si tratta di una filippica modesta ma efficace per difendere il diritto di essere semplici tosi de campagna, senza doversene vergognare o dover cercare di essere qualcos'altro.

I te ride drio se no te si come de iori
a vita no se impara davanti ai teivisori!
I tosi come mi questo ormai lo gà capio
e desso semo nialtri che te ridemo drio!


Con Vergognosa si ritorna a toni ed atmosfere ben più note ai Rumatera. Il pezzo è molto energico (la collaborazione con le Cattive Abitudini si fa sentire) e decisamente più spensierato; ben si adatta al testo, sentito sfogo nei confronti di un'immaginaria morosa troppo morigerata.

E mi de notte che me sogno pornostar
che me rabalta su pal muro in camera
che me sgraffa, che me slecca
e co me svejo go parfin a goea secca
So dolgissimo te sa te vojo ben
ma go i cojoni grandi come bae de fen
e questa sera un pò piovosa
mi te vojo vergognosa

Già in passato i Rumatera avevano tentato testi in italiano, o comunque non in dialetto. Oggi mascherano un pò le intenzioni e ospitano Gianni Drudi in una delle loro canzoni, alternando il loro dialetto al suo italiano boccaccesco. Non trovo riuscito l'esperimento nemmeno in questa salsa: onore ad un dio del demenziale quale è Drudi, ma nella mia modestissima opinione i Rumatera non devono lasciare spazi se non al dialetto. Ad ogni modo Mi piace la foca è un altro pezzo fortemente commerciale e dal testo tutto sommato divertente, sebbene leggermente fallocratico.

Da quando che sò bocia xe stà a me preferìa
mea portarìa soi campi a scuoea in ciesa e in ostaria
go tanti tanti amighi che i ga anca sta passion
ghe piaxaria magnarla a pranso sena e coeassion 

Il punto debole dell'EP risulta essere, purtroppo, Sol bareotto del mas'cio, epica ballad acustica, posta in chiusura nell'album precedente (71 gradi). Lodevole l'idea di farlo cantare, in veneto storpiato, a degli ospiti d'onore quali il Trio Medusa, che son tutto tranne che veneti. Purtroppo, la loro interpretazione risulta essere solo una mesta storpiatura di quanto aveva fatto il Bullo in precedenza: l'imitazione del meridionale che lavora da una vita in Veneto, ne parla il dialetto ma non riesce a perdere l'accento. Una volta superato l'originale, tornare indietro non ha più senso.

Tu mi piaci molto molto molto
Tu mi piaci co te vè in giro pa l'orto
Te me piaxi co te me vardi un fià storto
Co torno casa marso
E so anca cascà drento a un fosso

Il minialbum è aquistabile sul sito della Boogie Records; tutti i  pezzi sono ascoltabili gratuitamente su YouTube, grazie al canale della label:

Rumatera - La grande V (feat. Chuma Chums)
Rumatera - Vergognosa (feat. Cattive Abitudini)
Rumatera - Mi piace la foca (feat. Gianni Drudi)

I testi completi sono disponibili sul sito ufficiale della band.

Rumatera, morti de figa

Semo  i pexo morti de figa
Rumatera da Cassago de Pianiga!

Ho ascoltato i Rumatera.

Due anni sono passati dallo scioglimento dei Catarrhal Noise e dalla fondazione della nuova creatura del Bullo, e per due anni la paura che i Rumatera non avrebbero retto il confronto mi ha attanagliato, costringendomi a ritardare questo passo.

Una piccola premessa. I Catarrhal Noise erano una band heavy/thrash metal, con spiccate influenze crossover. I Rumatera suonano punk rock e dai primi ereditano un cantante, un ex chitarrista, e il fardello di esserne considerati gli eredi spirituali.

Ora, tutti sappiamo perché i Catarrhal Noise ci piacevano - e ci piacciono: per aver trasposto in musica e la cultura del rujo, termine difficile da sviscerare a chi non è nato e cresciuto nel nostro entroterra. Essere rujo è sì essere grezzo oltre ogni limite, volgare, contadino, ma è anche essere sincero, diretto, semplice, legato alla propria terra, e soprattutto è consapevolezza di esserlo e di volerlo rimanere. Ecco perché é divertente ascoltarsi un album dei CN, perché ci si immerge ogni volta in un mondo popolato da tratori, trina, tori da monta, leamàri e buèe marse, che altro non é che una lettura grottesca ma affettuosa di quella galassia pedemontana che Paolini ha omaggiato in bestiario veneto. Intendiamoci: paragonare i Catarrhal a Paolini è come affiancare Alvaro Vitali a Humprey Bogart. Ma a noi ruji basta poco:

So nato in campagna in mexo dee nogare
'ndavo in oratorio coa machina da arare
pisavo sul bidet, xogavo in mexo al formenton
me nono me butava el tocai sul biberon!

Ora, un genere estremo come il thrash e la voce contadina del Bullo calzavano alla perfezione con una quartina simile. E il punk rock dei Rumatera?

Ecco, il grosso fastidio è tutto qui. Il punk rock è più semplice, più festaiolo, e questa differenza, non so se volutamente o meno, si rispecchia anche nei testi dei Rumatera. Sembra quasi che pensino solo a far festa e a correr dietro alle gonnelle. Certo, non stiamo parlando di quattro fighetti, anzi, il tutto è ancora una volta intriso di cultura campagnola, di dialetto. Ma se i Catarrhal te li immaginavi sul tratore a fare la gara del solco drito dopo na sgionfa de vin, i Rumatera te li vedi sulla spider mentre passano a tutta velocità a Cassago de Pianiga. Certo: la spider è diventata tale grazie ad una mòea a disco e la stanno guidando verso una festa piena de vin e porsèe. Ma il tratore? io volevo ANCHE quello. Perché i CN avevano l'uno e l'altro.

Rumatera, 2008. Il barbo è una citazione che mi commuove.

Qualche spiraglio di luce campagnola ogni tanto compare nei due album (Rumatera, 2008; 71 gradi, 2010). E' il caso di Toxi de campagna, immancabile pezzo rappato da Medrano coi Rumatera:

I toxi de campagna poenta e ossi magna
Te i cati ae sagre sora el paeo dea cucagna
I toxi de campagna co pissa i se bagna
I porta pasegiare su pa l'arzare a cagna...

o di Vai col Lissio, probabilmente il migliore dei nuovi testi, stupendo tributo ai vecchi da sagra:

Altro che cartoni o ecstasi, i se carbura a pesse frito e vin
'Ndando casa no i se smalta mai adosso a un pin...

Ma la rujerìa (pochi apprezzeranno il doppio senso) fine a se stessa è davvero poca. Per il resto, tete, cùi, fighe, e alcol. Per carità: il tutto è volutamente demenziale, quindi si ride lo stesso. Penso a Me sò inamorà:

E a mi me piase quee piene de peo
Quee che rutta, che scoresa e che fa festa co l'oseo
Che se imbriaga e che spantassa sotto ea toea...

o a No Bevo Più:

Dimme parchè, ti dimme dimme parchè
Pensavo fusse na roja invesse jera un bidet
Ea prossima volta bevo acqua e limon
Serco de stare tranquio, no fare massa el cojon

E come non citare la metafora pù bella che io abbia mai sentito del salto del giaguaro:

Arare sempre a fondo, e semenare fora!

Per quanto riguarda l'aspetto musicale, beh, chapeau. Ho dovuto riabituarmi alle sonorità punk rock commerciale che non ascoltavo da dieci anni, ma una volta recuperato l'orecchio, sono rimasto sbalordito. Tutte le canzoni sono godibilissime, e ci sono pezzi da novanta che farebbero muovere il culo persino a tua nonna in carriola (Assa perdare i Pin Floi, Morti de Figa). La voce contadina del Bullo é una garanzia e anche Gosso's Party e Rocky Gio se la cavano dietro al microfono.

71 gradi, 2010. Lo hanno presentato su Radio Deejay un paio di mesi fa.

In definitiva, luci e ombre. (Le ombre peggiori? Trivero Alcolica dall'ultimo album... Completamente in italiano! Delusione. E My Crew, album del 2009 che altro non é che la ri-registrazione del primo, in inglese.)
Chi cerca i Catarrhal nei Rumatera, rimarrà soddisfatto a metà. Chi non cerca niente e li ascolta onestamente, si divertirà come un porsel tal leamàro. L'ultimo confronto da fare è quello dal vivo: I Catarrhal erano una potenza della natura. Pure i Rumatera si presentano come tali: ora sono decisamente curioso di ascoltarli. Appuntamento più vicino: 6 agosto, 21.30, festa dea bira, Stretti - vissin Torre di Mosto.

PS. Non posso non citare Sol bareotto del mas'cio, ballad acustica introdotta da un esilarante richiesta di canzone romantica da parte di un napoletano che cerca di parlare veneto:

Te me piaxi co te sighi come e gaine del ponaro
E dopo quando che ti aro mi sento tanto sentimento
No come quando ciapo e piegore, i cunici e e cavarette
E li toco anche le tete, ma no sento sentimentoooo...

Geniale.

PPS. Questo è il video di Picinin, cover della famosa canzone dei Pitura Freska. Ospite alle vocals, Furio.

Metallicità

Tiriamo le somme sui primi sei mesi di rock/metal del 2010. Consigli per gli acquisti.

"Now I shall reign in bloooood!"

Thrash. 2010 anno d'oro per il sottogenere. Ironbound degli Overkill, uscito a inizio anno, é una bomba che in pochi si aspettavano da un gruppo quasi finito nel dimenticatoio. Si difendono a spada tratta The Obsidian Conspiracy dei Nevermore, Exhibit B: The Human Condition degli Exodus e gli Annihilator con l'omonimo album. Date in pasto le vostre ossa alle vecchie glorie del thrash, ve le maltratteranno a dovere.
Power. La punta di diamante é Time To Be King dei Masterplan, con un Lande rientrato nei ranghi per una prestazione superba. Non lasciatevi sfuggire i due nuovi album degli Avantasia (The Wicked Symphony e Angel of Babylon): un ottimo ritorno alle sonorità dei primi due dischi. Con un roaster stellare, Lande e Kiske sopra tutti. Ma tutti tutti. Notevole la vena ispiratoria dei Sabaton, peccato per la penosa pronuncia inglese del cantante. Ma l'album, Coat of Arms, merita comunque ben più di un ascolto. E non tralasciate i triestini Rhapsody of Fire, con The Frozen Tears of Angels. Nulla di nuovo, per fortuna: tante orchestrazioni, tanta doppia cassa e tanti coretti e strumentelli medioevali, come è giusto che sia.
Folk. I Mago de Oz giocano la carta di Gaia 3: Atlantia, sperando nel successo dei precedenti episodi. Album piacevole, ma forse sotto tono rispetto agli ultimi. Meglio ascoltarsi Salt dei Wuthering Heights, che stupiscono sempre, con la loro commistione di power, thrash, heavy, prog e folk. E non dimentichiamo i Finntroll, anche se Nifelvind è fortemente intriso di black. Ma i maestri del genere non si discutono.
Black. Non amo il genere, ma alcuni gruppi non si possono trascendere. I Keep of Kalessin rientrano in queste file. L'album, Reptilian, è malato, malvagio, tecnico e pulito. Magari fossero tutti così.
Death. Non ho seguito molto la scena, ma devo citare i Raintime, non solo perché di Pordenone, ma soprattutto per la naturalezza con cui fondono il Death con altri generi più leggeri, Bodom docet. Psychromatic ne impreziosisce alquanto la discografia. E We Are The Void dei Dark Tranquillity, che si comprano sempre a occhi chiusi, non delude.
Prog. La grande delusione, Road Salt One dei Pain of Salvation. Non reperiti. Due palle di album. Evitatelo come la peste. Bello il rientro degli Asia, Omega ne risolleva le sorti, anche se è molto hard-oriented. La vera rivelazione sono gli Shaolin Death Squad con Five Deadly Venoms. Non vi anticipo niente, se siete amanti del prog, procuratevelo ad occhi chiusi.
Heavy. Poco materiale anche qua, ma buono. Strings To A Web dei Rage, che da venti anni e passa non ci tradiscono.  vi manca la voce di Dio (Ronnie James), non lo rimpiangerete con Requiem of Time degli Astral Doors e con i chitarroni potenti dei Dream Evil e del loro In The Night, il nome del gruppo é tutto un programma. In conclusione, non si può non citare la sempreverde, leggendaria Strana Officina, che fa nuovamente capolino nei negozi con Rising To The Call, diretto come un cazzotto in faccia, e i Grand Magus e il loro immortale Heavy/Doom. Hammer of The North trasuda epicità da ogni poro.
Hard/AOR. Primi in assoluto per vena compositiva, immediatezza, pulizia del suono e tutto quello che volete, i Treat di Coup de Grace. Album rock dell'anno, per ora. Imperdibile. Potete provare anche Facemelter degli Y&T, era ora che si rifacessero vivi, sui classici si può fare sempre affidamento. O quasi: Meat Loaf stanca subito, con il suo Hang Cool Teddy Bear. Anche con l'apporto di Steve Vai e Brian May. A tener testa ai Treat ci sono gli H.E.A.T, con Freedom Rock. Non pensavo potessero comporre un album più divertente del precedente, e sono stato puntualmente smentito. Viva la Svezia. Se vi son piaciuti gli H.E.A.T, insistete con gli Auras di New Generation. Viva anche il Brasile. Ultime parole per il canto del cigno degli Scorpions, A Sting In The Tail. Il migliore album degli ultimi vent'anni di Scorpions, e scusate se è poco: degna conclusione per una band leggendaria. 

Ora attendiamo The Final Frontier, il nuovo album degli Iron Maiden. Nel sito ufficiale è scaricabile gratuitamente il primo singolo, Eldorado. L'album uscirà il 16 agosto, e il 17 ci sarà il concerto a Villa Manin: non aggiungo altro.

Cydonian Rocks #8


Indukti
Idmen (2009)
Progressive Metal / Avantgarde
Polonia
InsideOut Music


Mai ti aspetteresti che la Polonia sia diventata una fucina metal. E gli Indukti son qua per smentirci definitivamente, con una bomba a mano che passerà inosservata al grande pubblico metal, perché é quanto di meno commerciale la mente umana possa concepire. Il progressive pesantissimo degli Indukti mescola sapientemente strumenti elettrici con violini, sax, trombe e dulcimer, si fonde con atmosfere fusion, jazz e rock moderno, e il risultato é un mondo cupo, tetro, che ti avvolge e ti sputa dopo un'ora scarsa, e in quel lasso di tempo ti perdi in visioni post-apocalittiche cariche di un fascino plumbeo e terribile. Un disco che potrebbe essere senza problemi catalogato come allucinogeno. Concedetegli una chance, potreste riscoprire il prog. Se ne avete il coraggio.


Transatlantic
The Whirlwind (2009)
Progressive Rock
USA / Svezia / Inghilterra
InsideOut Music / Metal Blade


Cosa si può dire, di fronte a musicisti di questo calibro? Portnoy alla batteria recupera sempre lo smalto che ormai non riesce più a sfoggiare con i Dream Theater. Neal Morse, beh, é Neal Morse, il prog  rock moderno é quello che é anche grazie alla sua sterminata discografia, solista e con gli Spock's Beard. Pete Trewavas , basso dei Marillion, si presta per la causa dei Transatlantic in maniera sopraffina. E Reine Stolt, forse il meno conosciuto, srotola un curriculum chilometrico che tocca The Tangent e The Flower Kings. Album doppio, progressivo come insegnano i 70's, un bellissimo viaggio in lande sconosciute e coloratissime. Come sempre, un album da divorare. Spendere altre parole sarebbe superfluo e toglierebbe il piacere della scoperta.



Shadow Gallery
Digital Ghosts (2009)
Progressive Metal
USA
InsideOut Music


Che periodo sta vivendo il prog metal? Mah, se guardiamo i cosiddetti giganti della scena, il periodo non è dei migliori. I Dream Theater sono morti e sepolti, e tutti teniamo Images And Words e Awake come santini in camera. I Porcupine Tree non sono messi meglio, con il loro prog rock infuso di malinconia e tristezza che sfora quasi nel doom. I Symphony X sono in letargo da due anni, guai a svegliarli. I Pain of Salvation? Non pervenuti, e forse è meglio così, visti gli ultimi due dischi. Chi ascoltiamo allora? Le nuove leve, come i Circus Maximus, bravi, ma troppo legati ai maestri del genere? Non serve: a salvarci, arrivano sempre i Shadow Gallery. Che nessuno se li caga da venti anni, ma continuano a sfornare gioielli uno di seguito all'altro. E non si dica che non siano originali, perché il neo prog loro lo hanno inventato, coi Dream Theater e compagnia bella, quando ancora i poppanti di oggi non volevano staccarsi dalla gonna della mamma. Acquisto obbligato per i prog-metallari: pura e semplice boccata di ossigeno.



Buckethead
Needle In A Slunk Stack (2009)
Guitar Hero
USA
TDRS Music


Buckethead é il solito drogato. Di musica, si intende. Ma anche di altro, a sentire il suo ultimo album. Nulla di nuovo sotto il sole, direte voi, cosa ti aspetti da uno che va a concerti con una mastella in testa e con una maschera che mette più scaga del pagliaccio di It. E invece io mi stupisco ogni volta. Perché é un chitarrista stellare, certo, tra i primi al mondo. Perché é originale: fin troppo. Perché nel 2009 ha sfornato 4 dischi 4 (Slaughterhouse on the Prairie, A Real Diamond in the Rough, Forensic Follies e il suddetto). E soprattutto, perché é uno che non si fa problemi a cambiare completamente stile e genere da un album all'altro, senza correlazione logica. Si passa dalle atmosfere rilassate di A Real etc, con le sue melodie malinconiche ed eteree... alla follia tecnologica di Needle. E' inutile ogni tentativo di recensione: lui arriva in studio e registra quello che gli passa per la testa. Ascoltate la opener e capirete: un'ape che suona una chitarra mentre bazzica tra i fiori per raccogliere il polline, nient'altro. Non compratelo, se siete abituati ad ascoltare Nek.

Cydonian Rocks #7

Nile
Those Whom The Gods Detest (2009)
Brutal Death Metal
USA
Nuclear Blast


Sembra una barzelletta: nel genere musicale forse più estremo che mente umana abbia mai partorito, e i cui temi più leggeri sono gli aborti spontanei, la putrefazione dei cadaveri e i rapporti sessuali con zombie, il gruppo di punta diventano... i Nile. E di che mai canteranno, questi baldi giuovani? Di Egizi. Già, ogni canzone nasconde qualche riferimento a oscure leggende che conoscono sì e no in tre in tutto il mondo, e te le spiegano nelle note del booklet. Gente acculturata, o solo appassionata? Di sicuro è gente che sa il fatto suo quando imbraccia una chitarra o un basso, o si siede dietro ad una batteria, e scopre che ha una tecnica a dir poco mostruosa. E giù, a suonare a velocità che oltrepassano i limiti umani, a intrecciare melodie (melodie..?) morbose e funeste, ad alternare chitarre sanguinolente a strumenti esotici quali il Bağlama, a scrivere canzoni con nomi lunghi come la predica del papa (Yezd Desert Ghul Ritual in the Abandoned Towers of Silence) a creare atmosfere plumbee, a portare l'ascoltatore in catacombe dimenticate, a cantargli, con voce dell'aldilà, che gli dei maligni sono sempre in attesa di divorare la sua carne per l'eternità. Non amo il brutal, ma ogni nuovo album dei Nile è una delizia per il palato di ogni metallaro, che egli voglia o non voglia. Imprescindibili.

Destruction
The Curse of The Antichrist - Live In Agony (2009)
Thrash Metal
Germania
AFM Records


Bomba a mano! I Destruction, sicuramente la realtà thrash più sottovalutata della scena europea, rivalutata solo in tempi recenti, se ne escono con un doppio album live che farà la felicità di tutti i metalloni che amano la scuola classica. Nonostante l'età, l'energia che i nostri riversano nell'esecuzione dei pezzi è contagiosa. Lo dice anche il pubblico, che canta Nailed to the fuckin' cross sgolandosi. Registrato su due palchi (Wacken e Tokyo), il live presenta uno Schmier in forma smagliante (acutini niente male alternati a vocals al vetriolo); un batterista, Marc Reign, che o si fa di coca, oppure ha otto braccia; e ottimi ospiti (in The Alliance of Hellhoundz compaiono Bobby "Blitz" Ellsworth (Overkill), Peavey (Rage) e Oddleif Stensland (Communic)). C'è chi si è lamentato per la differenza di registrazione tra i due concerti; io non ho sentito alcuna differenza. Forse perché ero troppo preso a scapocciare. D'altronde, come si fa a resistere a perle quali Death Trap, Cracked Brain e la sempiterna Bestial Invasion, a mio avviso tra le cinque migliori canzoni thrash di tutta la storia metallica? Acquisto consigliatissimo: puro acciaio inossidabile.

Immortal
All Shall Fall (2009)
Black Metal
Norvegia
Nuclear Blast


Decisamente oltraggioso, il nuovo lavoro degli Immortal, il primo dopo la reunion. Non tanto per i contenuti, o per la proposta musicale; certo non possiamo aspettarci un hard rock melodico da gente che insiste a dipingersi il viso con il lucido da scarpe. E' oltraggioso perché esaspera quel "nuovo corso" che gli Immortal avevano intrapreso con At The Heart of The Winter e con Sons of Northern Darkness: Black Metal, certo. Blast Beat a nastro, sicuro. Ma anche forti influenze heavy/classic, questa volta ancora più accentuate. Non vengono raggiunti, a mio avviso, le vette musicali dei due album citati: ma ci si avvicinano alquanto, promettendo possenti scapocciate ai futuri concerti. L'album resta comunque freddo e glaciale, come sempre, grazie anche alla voce indiscutibile di Abbath, rantolo disumano che è quanto di più vicino alla grattata durante un cambio di marcia. Cacio sui maccheroni. Un viaggio imperdibile nelle desolate foreste norvegesi. Indossate il vostro mantello più pesante e ricordatevi di osannare le divinità pagane nordiche. Buon ascolto.

Megadeth
Endgame (2009)
Thrash Metal
USA

Roadrunner Records


Spesso penso, Ehi, ho proprio voglia di ascoltarmi un bell'album heavy, uno con le palle quadrate. Ecco, sempre, dopo qualche giorno, esce il nuovo album dei Megadeth. Ho quasi l'impressione che lo facciano apposta. Ma va bene così. I Megadeth del rosso Dave Mustaine sono sempre una conferma. Oddio, qualche piccola parentesi commerciale negli anni Novanta c'è stata. Ma da The System Has Failed hanno ritrovato lo smalto di un tempo, e Endgame è quanto di più bello la mente del rossocapelluto californiano abbia mai partorito da allora. E va bene così. Tecnico, roccioso, ruvido, traboccante di assoli al fulmicotone dell'ottima coppia Mustaine/Broderick (ex-Nevermore e Jag Panzer, mica bruscolini). La strumentale opener ti lascia intuire che qualcosa di minaccioso si sta avvicinando. Poi parte This Day We Fight!, e tu ringrazi mammina di averti fatto metallaro. Unica pecca, il titolo dell'album: non è satirico. Vuoi mettere con Rust in Peace, United AbomiNations o Killing is my business... and business is good? Ancora una volta: ma va bene così.

Cydonian Rocks #6

Living Colour
The Chair In The Doorway (2009)
Funk Metal
USA
Megaforce Records

Che spettacolo, i Living Colour. Caso più unico che raro nel panorama rock degli anni Ottanta: un gruppo formato da musicisti di colore, con una solida preparazione sulle spalle, che si divertono a infilare contaminazioni funk&soul in un genere completamente diverso. Non nominatemi i RHCP che siamo distanti anni luce. Canzoni come Cult of Personality o Glamour Boys sono inarrivabili. Con estremo piacere ho accolto la notizia dell'uscita del nuovo album, e con piacere ancora più estremo l'ho ascoltato. Che dire? Bello. Ma và? Sì, molto bello. Ma non raggiunge il livello dei dischi degli anni d'oro. Ci sono molti spunti notevoli (la ritmata Young Boys sopra tutte) e l'intero album scorre liscio liscio. Ma c'è qualcosa che non va, e non capisci bene... Ah si, spetta... Ora ho capito: manca di incisività. Il suond, sempre di gran classe, intendiamoci, si è leggermente ammorbidito. Se per voi è un problema.. Riprendetevi in mano Vivid.

Diablo Swing Orchestra
Sing-Along Songs for the Damned & Delirious (2009)
Avant-garde Metal / Swing
Svezia
Ascendance Records

Funk Metal, Jazz Metal, Latin Metal. Se ne sono viste di tutti i colori, quando qualcuno ha pensato di imbastardare il metal con un qualsiasi altro genere. Risultati? A volte piacevoli (Cynic, Ephel Duath, Living Colour), altre volte un pò meno. Quando ho ascoltato per la prima volta i Diablo Swing Orchestra, non sapevo in che categoria rifilarli. Perché l'idea di incrociare sonorità metalliche ad altre, più leggere, estirpate dal mondo Swing / Blues, era di per sè geniale. Ma forse andava coltivata un pò meglio, se dopo un paio di ascolti entusiastici, l'album è finito nel dimenticatoio. Beh, il nuovo album riconferma in pieno la genialità della proposta, e la raffina, raggiungendo lidi che non pensavo qualcuno avrebbe mai potuto raggiungere (metal incrociato al tango, con pericolosi sfioramenti al liscio da balera) in maniera sublime. Il disco è divertente e, cosa ben più importante, non stanca, ascolto dopo ascolto. Consigliato a chi ha mente aperta: i defender dei Manowar e del truemetallo se ne tengano alla larga.

Sonata Arctica
The Days of Grays (2009)
Symphonic Power Metal
Finlandia
Nuclear Blast

Goia e dolore dei symphonic metaller di tutto il mondo, assieme agli Stratovarius. Dopo due album che sono e rimarranno pietre miliari del Power Metal (Ecliptica e Silence), così belli proprio perchè così scontati (doppia cassa, tastieroni, acuti da eunuco e melodie zuccherine), i nostri hanno evoluto il proprio sound, attraverso vari album alternativamente stroncati e omaggiati da critica e pubblico. E in sti mesi leggi le interviste riguardo il prossimo album, e li vedi convinti a non fare retromarcia, ma a continuare sulla strada dell'evoluzione. Poi un bel giorno vedi il video del nuovo singolo, e pensi che ti stiano prendendo per il culo: perché avrebbe potuto benissimo comparire su Silence. Ditemi che differenza passa tra Flag in The ground (ecco il video) e cavalli di battaglia come San Sebastian. Infine ascolti l'album: niente da fare. Era un'eccezione. I Sonata Arctica propongono un Power maturo, personale (qualche eco sinfonico alla Nightwish, magari), ascoltabilissimo e apprezzabile: ma non certo spensierato come il singolo. Viene da domandarsi perché lo abbiano scelto come tale...

At Vance
Ride The Sky (2009)
Power Metal
Germania
AFM Records

Davvero degni di nota, gli At Vance, per vari motivi. Per le interessanti rielaborazioni di classica che ci rifilano ad ogni album (Vivaldi, Beethoven), ma anche per i singer di tutto rispetto che vi hanno militato: Oliver Hartmann, ugola d'oro che vanta collaborazioni con Avantasia, TOTO, Helloween e molti altri, e Mats Leven, altro genio del microfono con un curriculum chilometrico (Therion e Malmsteen in primis). Dal cappello a cilindro ecco che ora viene estratto Rick Altzi, semisconosciuto, ma perfettamente in grado di tenere testa ai suoi predecessori. La proposta attuale degli At Vance presenta un rafforzamento del sound neoclassico della band, ma non per questo si discosta dai canoni del genere. Album fresco e piacevole, una conferma per una delle poche band power che ancora riescono a destreggiarsi con personalità e naturalezza in un ambiente ormai ultrasaturo e scontato da decenni. Di un livello superiore alla media, senza dubbio alcuno.

Cydonian Rocks #5

Gotthard
Need To Believe (2009)
Hard Rock
Svizzera
Nuclear Blast

Tra orologi a cucù, barre di cioccolata e vacche al pascolo, ecco che nella Svizzera degli ultimi anni fanno capolino i Gotthard, gruppo hard rock poco conosciuto da noi, ma vere e proprie star in patria e in Germania. Release dopo release, i nostri ticinesi si sono ritagliati un posto importante tra le prime file del rock mondiale, e a ragione; nei negozi di dischi ha da poco fatto capolino Need to Believe, che subito si è conquistato la palma di album del mese nella mia testolina. L'opener Shangri-La merita da sola l'acquisto dell'album. Fresca e diretta. Poi continui l'ascolto, e il groove di Unspoken Words ti convince definitivamente. Solo che rimane da ascoltare tutto il resto dell'album. Che ovviamente è tutto allo stesso livello. Fortemente consigliato a tutti i rockettari, commercialotti e non. Piccola curiosità, il gruppo è uno dei pochi a non essere sotto l'ala protettiva della Frontiers. Ma finchè hai un contratto con la Nuclear Blast, non deve poi fregartene così tanto.

Europe

Last Look At Eden (2009)
Svezia
Hard Rock
earMUSIC/Edel

La dannazione degli Europe è sempre stata, e sempre sarà, The Final Countdown. Bella. Bellissima. Però basta. Son venti anni e passa che gli Europe vengono ricordati solo per quel singolo. A torto, perché prima di esso gli svedesi hanno sfornato un paio di album di alta qualità. Poi è arrivato il tormentone, e pare, almeno a me, che da quel momento abbiano sempre e solo cercato di inseguire nuovamente un successo simile, senza però riuscire mai a bissarlo. Da qualche anno, sull'onda della moda delle reunion hard rock / AOR, si sono ripresentati sulla scena anche gli Europe. E lo hanno fatto nel migliore dei modi, ovvero lasciando il passato dov'è. Con Last Look at Eden, gli Europe riconfermano la buona impressione lasciata con la precedente release, quella del ritorno. Hard rock molto maturo, dalle tinte spesso cupe (ma non sempre, vedi Mojito Girl, dagli echi seventies), non certo diretto, non facile al primo ascolto. Ma è proprio per quello che lo si rimette nello stereo, con rinnovato piacere.

Danger Danger
Revolve (2009)
Hard Rock
USA
Frontiers Records

Come molte band dello stesso periodo e dello stesso livello, la grande sfortuna dei Danger Danger è stata quella di comparire sulle scene musicali troppo tardi, quando ormai l'hair metal, tanto in voga negli anni ottanta, stava vivendo gli ultimi anni del suo splendore, e sarebbe stato presto dimenticato a favore delle sonorità grunge che da Seattle stavano prendendo piede in tutti gli Stati Uniti (e da lì al resto del mondo). (Mai sopportato, il grunge). Autori di un paio di felicissimi album sul finire degli anni ottanta (Screw it! è una delle tante pietre miliari del genere), i Danger Danger sono stati tra i primi a riunirsi, nel 1997, ancora prima della grande riscoperta dell'hard rock VERO che ancora oggi resiste, sebbene lontano dagli schermi televisivi. Oggi ci riprovano, felicemente, con Revolve, sotto l'ala protettrice della Frontiers. Riconferma sotto tutti i punti di vista, la classe non è acqua e di ruggine non se ne vede. Hard rock diretto e melodico, gioioso ma maturo, il tutto sottolineato da una produzione perfetta, che molti invidieranno.

House of Lords
Cartesian Dreams (2009)
Hard Rock / AOR
USA
Frontiers Records

Ogni volta in cui esce un album degli House of Lords, mi faccio un bel pò di aspettative. Diciamocelo, la band è storica. Nata dalla mente del leggendario tastierista Greg Giuffria, autore di capolavori griffati prima Angel, poi Giuffria (Silk And Steel è, nella mia classifica personale, tra i migliori cinque album di tutta la scena musicale degli Eighties) e infine House of Lords, appunto. Album storici, sfornati a fine anni ottanta. Poi lo scioglimento e la reunion, come da copione. E l'assenza di Giuffria negli ultimi anni. Si sente, c'è poco da fare, nonostante gli House of Lords siano gente con le balle, che sapeva fare ottima musica a suo tempo, e lo sa fare anche oggi, James Christian sopra tutti. Molto elegante, superiore, addirittura nobile per essere hard rock/AOR. Ma manca quella scintilla che il buon Greg metteva dappertutto. Quindi? Ascoltiamo pure gli House of Lords, sono bravi, e tanto. Poi, però, rimettiamo Silk And Steel nello stereo. There'll be No Escaaape...

Cydonian Rocks #4

Behemoth
Evangelion (2009)
Black/Death Metal
Polonia
Regain Records

Incursioni nel metallo estremo per il nuovo ciclo di recensioni. Il Behemoth, nella Bibbia, è descritta come la più possente delle bestie create da Dio. Un ippopotamo troppo cresciuto, in sostanza. Al giorno d'oggi, invece, i Behemoth sono una delle colonne portanti del metallo estremo polacco. Sarà un caso, che le formazioni più brutali nascano nei paesi tradizionalmente cattolici (Behemoth/Vader in Polonia, Moonspell in Portogallo, Krisiun in Brasile)? Evangelion, infatti, è di una violenza e di una tecnica a dir poco morbose: se Hitler lo avesse ascoltato, probabilmente avrebbe rinunciato ad invadere la Polonia e si sarebbe ritirato a fare il fioraio. Non c'è una batteria: c'è un carro armato che vuole piallarti la casa. Non ci sono chitarre: ci sono due mitragliatrici diaboliche. Non c'è un cantante: c'è un demone degli abissi affamato della tua carne. Pochi riescono ad unire Black e Death al pari dei Behemoth: li ascolti e ti ritrovi addosso una sensazione di sporco. Al momento, la migliore alternativa al fascino piagoso dei Nile e delle loro catacombe egizie: malvagi e purulenti.

Qui il video di Ov Fire And The Void: sconsigliata la visione ai deboli di cuore e ai cristiani, è blasfemo come poche cose al mondo (e loro son brutti come il peccato). E' su vimeo: youtube lo ha censurato dopo poche ore.


Asphyx
Death... The Brutal Way (2009)
Death Metal
Olanda
Century Media

C'era una volta il Death Metal: violento, aggressivo e ignorante. Quel metal estremo che, nei magri anni Novanta, rappresentava una sicurezza. Poi sono cambiati i tempi, i generi si sono evoluti, e fior fior di musicisti freschi di conservatorio hanno portato tonnellate di tecnica anche nei generi più violenti. Risultato? Gruppi stratosferici come Nile o Necrophagist (un nome, una promessa). Ma anche migliaia di band fredde e inutili. Gli Asphyx sono qua a ricordarci i bei tempi, e lo fanno sfornando un discone degno dell'epoca d'oro del Death. A mostrare che non servono tecnicismi e velocità sovrumane per far male agli ascoltatori: una dichiarazione d'intenti, tra l'altro, contenuta anche nel nome dell'album stesso. Ecco dunque che la storica band olandese ripropone riffoni con motoseghe (più che chitarre) che sanno di venti anni fa, accelerazioni improvvise e rallentamenti ancora più repentini: quelle incursioni nel Doom che li hanno resi a suo tempo famosi nell'ambito, e che tanto piacevano allora. Sempreverdi e nostalgici.

Persefone
Shin-Ken (2009)
Progressive / Death Metal
Andorra
Soundholic

Bellissimo. Non c'è altro modo per descriverlo. Un capolavoro, il nuovo album dei Persefone, band di culto che proviene dal più improbabile degli Stati europei (Andorra). Un capolavoro di tecnica e ispirazione: immaginate che un mostro gigantesco divori Opeth, Trivium, Mastodon e i Meshuggah meno tecnici, ecco, quello che sputerebbe si avvicina molto ai Persefone e al loro ultimo album. Capolavoro però rovinosamente crepato dalla prestazione vocale del cantante (cantanti); growling e screaming nel migliore dei casi sono inconcludenti, e nel peggiore scadenti. Si migliora leggermente con le vocals pulite, che sono ben impostate e ben piazzate all'interno dell'intera opera. Peccato, perché veramente c'è tutto ciò che ci si aspetta dal Death / Prog: cambi di velocità improvvisi, tempi dispari, strumenti strumentini folk (giapponesi, in particolare, in linea con il concept dell'album) e compagnia bella. Sugli scudi l'ottimo tastierista, molto atmosferico, che aggiunge quel pizzico di sale in più che non guasta mai. Quasi perfetti.

Divine Heresy
Bringer of Plagues (2009)
Death/Thrash Metal
USA
Century Media/ Roadrunner Records

Dopo aver fatto la storia del metal moderno con Demanufacture (che dopo 14 anni suona ancora come nuovo), ai tempi in cui ancora militava nei Fear Factory, Dino Cazares si è divertito con molti progetti alternativi per passare il tempo: Asesino e Brujeria sopra tutti, con il loro death metal/grindcore in spagnolo allegramente satanico, comunista e deviato. L'ultima creatura del nostro omone sono i Divine Heresy, già sentiti nel 2007 con un buono debutto e ora riconfermati con Bringer of Plagues, che presentano un ritorno a sonorità death/thrash infarcite di metalcore. Si commette lo sbaglio di inserire il disco nel lettore, e si è fottuti. L'apparato uditivo salta per aria, stritolato da una sezione ritmica chirurgicamente precisa, di quelle che devi puntellare la casa se no vien giù tutto, da un guitarwork sublime, tecnicissimo e tagliente, e da un cantante che non sarà indimenticabile, ma almeno sa il fatto suo. Riesce a farsi sentire nel caos (ordinato) dell'album con una voce più che rude, ma sorprende e ci lascia un attimo di sollievo in più di un ritornello melodico, interpretati in clean. Il primo album dell'anno che, a fine ascolto, mi ha lasciato il mal di testa. Macellai.

Cydonian Rocks #3

Heaven&Hell
The Devil You Know (2009)
Heavy Metal
Inghilterra/USA
Roadrunner Records

Questa recensione arriva un pò in ritardo, lo ammetto. Ma non posso non scriverla. Dio, Iommi, Butler e Appice: ovvero, i Black Sabbath dell'epoca The Mob Rules e Heaven And Hell (il quale, a dir la verità, era stato registrato con Ward al posto di Appice alla batteria). Tradotto: I Black Sabbath, per me che non ho mai potuto sopportare Ozzy. Le leggende, come ben saprete, si sono riunite nel 2006, e ora hanno sfornato l'album che soddisferà i metalloni vecchia scuola per i prossimi dieci anni. Nulla è cambiato, l'alchimia tra i componenti è sempre la stessa: tempi lenti fottutamente metal, e poche accelerazioni, ma devastanti. Iommi è un sempreverde, i riff di chitarra sono funerei ma coinvolgenti come sempre. Dio.. Beh, Dio E' il cantante metal, punto. E poi è come il vino, invecchiando migliora. La sezione ritmica è la solita cornice perfetta. E il tutto è coronato da una copertina che più blasfema non si può. Profondetevi in reverenti inchini: le divinità sono scese (salite?) nuovamente in mezzo a noi.

Jorn
Spirit Black (2009)
Heavy Metal
Norvegia
Frontiers Records

Già: Heavy Metal, non Hard Rock. Ci ho pensato un pò, prima di etichettare il genere (il compito più arduo che mi trovo a risolvere, in veste di recensore). Perché stavolta il biondo singer c'è andato pesante: letteralmente. E finalmente, dalla Norvegia (che, nonostante la scena Black, di cantanti validi ne sforna, pensiamo a Khan dei Kamelot), il nostro se ne esce un album degno della sua voce, dopo molte uscite soliste discrete. Magari non sarà il capolavoro del decennio, ok; ma le canzoni hanno mordente. I riferimenti sono i soliti, metal e rock classici, memori di 70s e 80s. Mid tempo rocciosissimi, e le poche accelerazioni faranno sfracelli dal vivo. E poi, sopra ogni altra cosa, c'è Lande stesso, che graffia, strappa, violenta, e poi ricuce, coccola, emoziona, e poi ricomincia a schiaffeggiare con la sua voce unica. E' l'erede naturale di Coverdale e Dio, e se ne rende ben conto. L'attuale voce del rock, senza ombra di dubbio.

Slough Feg
Ape Uprising (2009)

Epic Metal

USA
Cruz del Sur

Manilla Road, Manowar, Cirith Ungol, Warlord, Virgin Steele, Brocas Helm, Heavy Load, Steel Assassin. Pochi sapranno riconoscere quale genere accomuna le band appena citate: Epic Metal. Che molti insistono a confondere con il powerello ad ambientazione fantasy propinatoci da Rhapsody of Fire e compagnia bella. In verità stiamo parlando del genere più true che il mondo del metallo abbia mai visto: talmente true che guai se si aveva una tastiera tra gli strumenti, talmente true che lo ascoltavano in quattro cani. Ma per quei quattro cani, è ancora magia pura. Al giorno d'oggi, questo genere di nicchia vive una seconda giovinezza, e gli Slough Feg, in circolazione dal 1990, ne sono gli alfieri. Mentre i Manowar, sedotti dal profumo dei soldi, si son dimenticati i bei tempi e continuano a sfornare dvd con orchestre e orchestrine all'insegna del pomposo, gli Slough Feg sventolano fieri la bandiera dell'heavy metal più epico. A loro modo, con ironia (vedi cover e nome dell'album): ma di sostanza ce n'è tanta. Per chi rimpiange i tempi in cui, per creare atmosfera, bastavano una batteria, una chitarra e un basso.

Artillery
When Death Comes (2009)

Thrash Metal

Danimarca

Metal Mind Records


Chi ha detto Metallica? Gli Artillery sono una realtà praticamente sconosciuta. Attivi negli anni ottanta, autori di una pietra miliare del genere (By Inheritance), i danesi sono ricomparsi ora sul mercato europeo, complice la grande rinascita del thrash metal old-school degli ultimi tempi. E subito rifilano una grande lezione di stile a tutti i marmocchietti di oggi che pensano di fare metallo pesante. Questo album ricorda molto da vicino i four horsemen, ma non per questo è scarno di personalità; melodia e potenza sono sapientemente alternate. Migliore song del lotto, direi 10000 Devils, mid-tempo che ai concerti falcerà molte vittime. Peccato solo per la produzione che sfavorisce un pochettino la batteria a favore delle chitarre. Ma l'effetto finale cambia poco. Fatevi macinare le orecchie dagli Artillery: ne uscirete pesti e soddisfatti.

Cydonian Rocks #2

Outloud
We'll Rock You To Hell... And Back Again (2009)

Hard Rock

Grecia / USA
Frontiers Records


Eccolo! Il primo canditato a disco dell'anno!! Gli Outloud nascono da qualche costola dei Firewind, uno dei migliori - a mio avviso - gruppi heavy/power del momento, recuperano un cantante semisconosciuto, ma talentuoso, negli USA, firmano un contratto con l'orgoglio italiano Frontiers (ormai padrona incontrastata della scena hard rock mondiale) e infilano un disco che, se fosse uscito venti anni fa, ora sarebbe un classico irrinunciabile (l'estrazione Eighties è palese nel riffone di What I Need - bomba a mano!). Non un calo in tutto l'album, non un riempitivo. We Ride e Search For Truth sono potenziali singoli, non mi stupirei di risentirli alla radio (non in Italia, ovviamente, o Marco Carta si mette a piangere). Qualche incursione nel metallo qua e là, e il gioco è fatto. Applausi e inchino.

Firenote
Firenote (2009)Melodic Hard Rock / AOR
Finlandia

IVK Music

Oh! Una nuova band AOR dalla Scandinavia? E chi lo avrebbe mai detto? E' proprio vero, almeno in questo campo, Scandinavians do it better. Almeno ai giorni nostri. Questi baldi nordici, che annoverano nelle proprie file musicisti di tutto rispetto (sebbene non famosissimi), infoltiscono la già numerosa schiera di nostalgici del rock da stadio dei mitici anni Ottanta, quello pieno di tastiere sintetiche e di melodie catchy, di chitarre tamarre e cantanti sculettanti. E fanno centro già al debutto. Il cantante ricorda molto il primo Andrè Matos, e non è un complimento da poco, ma la vera carta vincente dei Firenote è (per fortuna) l'ottimo songwriting. Praticamente perfetto, in questo senso, il poker di canzoni iniziale. Chi ha apprezzato i recenti Brother Firetribe e Free Spirit, apprezzerà anche i Firenote.

Hardcore Superstar
Beg For It (2009)
Sleaze / Hard Rock

Svezia

Nuclear Blast


No, non è un tributo ai recenti scandali sessuali di Mr. B., il Cavaliere di Hardcore. Gli HS sono una delle più belle realtà sleaze / street metal / glam rock / hair metal, insomma, chiamatelo come cavolo vi pare, avete capito cosa ci troviamo davanti: quattro animali da palco, selvaggi quanto basta per emulare i fasti di Motley Crue, Twisted Sister, Poison, Cinderella, Ratt e compagnia. Beg For It è il loro disco più pesante, complice un nuovo chitarrista di estrazione più metal che rock. Ma l'effetto non cambia: si inserisce il disco nello stereo, e salti e canti per un'ora, indossando il chiodo e i fuseaux rosa di tua sorella. Ovviamente, dopo esserti cotonato per bene i capelli. A novembre sono al New Age Club di Roncade (TV), io vi ho avvisato.

Fair Warning
Aura (2009
)
Melodic Hard Rock / AOR
Germania

Frontiers Records


Cosa succede, quando scende in campo una leggenda? Che ti caghi sotto, e hai paura che il ritorno non sia all'altezza dei tempi d'oro. (Chi ha detto Dream Theater?) Bene, tutto ciò non vale minimamente per i Fair Warning. Sconosciuti a molti melodic hard rock followers, più che altro a causa della tardiva comparsa sulla scena (1991), i tedesconi di Hannover tengono a precisare che la classe o ce l'hai, o non ce l'hai. Aura è un disco ispirato, che ti ascolti tutto d'un fiato, te lo gusti come una birra gelata in una torrida serata estiva. Inni rock come Walking On Smiles o Here Comes The Heartache si alternano a lenti da pasturo pesante (Hey Girl); ce n'è per tutti. Melodia e adrenalina a vagonate: e non un filo di ruggine. Bionici.

Cydonian Rocks #1

Alestorm
Black Sails At Midnight (2009)

Folk Power Metal

Scozia

Napalm Records


Non mi era piaciuto, il debut album. E ora mi devo ricredere sul conto degli Alestorm. Gli scozzesi suonano più o meno come se i Rhapsody of Fire abbandonassero spade, spadoni e draghi e si imbarcassero su una nave pirata per saccheggiare galeoni spagnoli, con contorno di benda sull'occhio e pappagallo sulla spalla. Power Metal bello robusto (almeno in questo si distanziano dai Rhapsody...), fortemente imbastardato con il folk (KeelHauled fa concorrenza ai migliori Korpiklaani e Mago de Oz. Qui il video, occhio che è talmente tamarro che può causare nausea e diarrea) e appesantito ulteriormente dal cantato volutamente sgraziato (al limite della stonatura). Il che, data l'atmosfera piratesca a-là Running Wild, cade come il cacio sui maccheroni. Yo-ho-ho, and a bottle of rhum!

Cain's Offering
Gather The Faithful (2009)
Symphonic Power Metal
Finlandia
Frontiers Records

Il nome trae in inganno. Difficile pensare ad un gruppo power. E invece i Cain's Offering sono il nuovo side project di Timo Kotipelto (Stratovarius) e di Jani Liimatainen (ex-Sonata Arctica). Con una produzione ultraesagerata, che carteggia gli strumenti di modo che non facciano male nemmeno alle orecchie di un neonato, i nostri alternano ballatone e tappeti di doppia cassa, cascate di tastiere e tastierine zuccherosissime che coprono riff di chitarra sparati a mille. Il tutto infarcito dalla sicurezza Kotipelto, che con la sua voce cristallina vola altissimo, e chi lo piglia più. Gli amanti del genere saranno in brodo di giuggole. Tutti gli altri lo evitino come la peste.

Trick Or Treat
Tin Soldiers (2009)

Power Metal

Italia

Valery Records

Incredibile come una cover band degli Helloween possa trasformarsi, in pochi anni e con soli due album all'attivo, in una della realtà italiane più importanti. Non esagero: sui Trick Or Treat pesano molte aspettative, basta notare la produzione perfetta della loro ultima fatica, e gli ospiti di tutto livello che vi compaiono (le ugole d'oro Michele Luppi e Michael Kiske affiancano il bravissimo cantante Alessandro Conti, che ha curato anche la cover dell'album). I ToT sono i soliti cazzoni, basta guardare i titoli delle canzoni (The Loser Song, Paper Dragon, A Night In The Toyshop), e ci propinano un metallo ispiratissimo e soprattutto più robusto rispetto al debutto, sebbene la componente melodica sia sempre in primo piano. Per i nostalgici degli Helloween.

Korpiklaani
Karkelo (2009)
Folk Metal
Finlandia
Nuclear Blast

Li ho sempre amati, i Korpiklaani, fin dai tempi del debutto Spirit of The Forest, quando ancora nessuno se li cagava. Vi avevo avvisato: faranno strada. Ora hanno un contratto con la maggiore casa discografica di settore, la Nuclear Blast, quella in cui confluiscono tutti i gruppetti che cominciano a far soldi (con le eccezioni significative dei contrattisti RoadRunner Records). I Korpiklaani non si smuovono minimamente dal genere proposto finora; ecco dunque, ancora una volta, il solito metallo pesante imbevuto di Humppa, la tradizionale danza folk finlandese, con contorno di cantato grezzo da alcolizzato perenne. Divertenti e ubriaconi come sempre: una gradita conferma.