Tributo necessario

Dopo aver scritto questo post, ho fatto penitenza rileggendo un paio di poesie di Borges, che enunciano gli stessi concetti in uno scarno mucchietto di versi inarrivabili. Poenitentiam ago.

[...] Chi si bagna in un fiume si bagna nel Gange.
Chi guarda una clessidra vede la dissoluzione di un impero.
Chi maneggia un pugnale prevede la morte di Cesare.
Chi dorme è tutti gli uomini.
Ho visto nel deserto la giovane Sfinge appena scolpita.
Non c'è nulla di antico sotto il sole.
Tutto accade per la prima volta, ma in un modo eterno.
Chi legge le mie parole sta inventandole.

da La Felicità, vv. 18-25. La Cifra, 1981.

Una gran cavallona

Non vedo l'ora che Google Analytics mi dica in quanti hanno googlato "cavallona" e aperto questo post.

In agosto ho gironzolato per Cadore e dintorni, racimolando qualche soddisfazione fotografica. L'equino (equina?) qui sotto è stato molto gentile: è rimasto in posa per molti minuti. Se lo scatto mi soddisfa, gran parte del merito va a lei (lui?). (La zampetta posteriore è spettacolare.)

From Val Visdende - Agosto 2011

Canon EOS 450D con 55-250mm @96mm; 1/100 sec, f/5.0, ISO 200.

Fantasie necessarie

Da qualche scritto di Borges ho recuperato la seguente immagine di Nāgārjuna: Se ci fossero tanti Gange quanti granelli d’arena ci sono nel Gange e poi tanti Gange quanti granelli d’arena nei nuovi Gange, il numero dei granelli d’arena sarebbe inferiore al numero delle cose che il Buddha ignora. Quanta conoscenza sfugge ogni istante? Concentrarsi su un simbolo in un dato momento significa ignorarne un numero quasi infinito. Una goccia d'acqua cade nel palmo aperto della mia mano: innumerevoli altre non vi cadranno
e innumerevoli cadranno nascoste ad occhi avidi
e nessuno tramanderà il loro suono.

 * * *

Quella singola goccia, con la sua intricata genealogia, postula l'Universo. Simboli lontani si sono intrecciati per lenti milioni di anni
e una scimmia ha mosso il primo incerto passo
e in una stanza buia una madre ha generato un figlio che sarà Annibale e Attila e Napoleone
perché ora quella goccia d'acqua punga la mia mano.

* * *

L'Universo è un'albero, un mosaico inconcepibile nella sua vertigine, e quella goccia è una foglia, una tessera, che lo racchiude; la foglia diventa ramo, sulla tessera poggiano altre tessere, in una danza perfetta e inevitabile. Un giorno un uomo riderà abbracciando una donna
e un fiore sboccerà in Irlanda
e tutto il futurò sarà necessario
perchè una goccia di pioggia ha bagnato il mio palmo e ha ispirato queste righe.

* * *
L'albero, o mosaico, è infinito; non è verosimile una radice o una tessera prima. La sua espansione è continua e inconcepibile: non è sbagliato supporre trame periodiche, o quasi. Scrivo queste righe che sono già state scritte e che lo saranno nuovamente
e in qualche eone non cadrò dalla bicicletta in un giorno di luglio
e in altri non giocherò con un gatto sulla riva di un fiume
e in infiniti che ignoro non farò, o non ho fatto, entrambe le cose.


Aggiunta. L'abuso di Borges è volontario. Egli sapeva di contribuire all'intricata entropia dell'Universo, di far vibrare i sottili filamenti che lo sostengono; scrisse anche perché un giorno di inverno, o molti, una figura di un'altro emisfero lo leggesse e concepisse queste fantasie, che lo plagiano e si condannano.

10 - Epilogo

La Gilda dovette affrontare molte insidie, ma ne uscì sempre indenne, fintanto che il Mondo l’ha cantata. Il pericolo maggiore fu certamente la malvagia Spia, che per un certo tempo tentò e ottenne di entrare nella Gilda, per carpirne subdolamente i segreti. Alla fine, fu la propria essenza corrotta e bugiarda a smascherarlo e a consumarlo dall’interno; narrano le leggende che ancora oggi bruci in eterno, abbracciato al proprio Fratello nella malvagità.
In tempi di pace, la Gilda era dedita al ludo. Le spiagge marciane spesso accoglievano le sapienti lezioni nel giuoco della PallaSabbia, nel quale tutti eccellevano. La Locanda delle Tre Fate ospitò spesso la Gilda, e in essa scorsero fiumi di argomentazioni e di sidro. Di quel luogo leggendario oggi rimane solo uno spettro, a causa delle recenti invasioni dall’Oriente Estremo.
Cosa fu della Gilda, non è dato sapere. Nulla ci è giunto di ciò che accadde dopo gli Eventi Ultimi; dopo la Frattura tra il Paladino e il Monaco, tra le unioni più salde, per divergenza di dimore (ma si vocifera anche di un’uscita con il tre di Bastoni, mai perdonata); dopo che ognuno dei Confratelli ottenne la Conoscenza Suprema; dopo che il Ladro si fermò tra la neve. Niente di tutto questo ci è concesso sapere; ma non disperate: ché anche se nulla di ciò è ancora stato tramandato, forse un giorno ci raggiungerà un Nuovo Canto.

9 - Il Ladro

Ultimo nel nostro canto, ma tra i Creatori Primi della Gilda stessa, giunge il Ladro. Come tutti i propri compagni, era di indole buona, e metteva le proprie capacità al servizio della Gilda. Sottile, amante della natura, nella quale sapeva nascondersi per mesi, poteva essere diretto o parlare per enigmi, o sparire e riapparire all’improvviso dopo eoni, come ogni Ladro che si rispetti; amava dileggiare per il gusto del dileggio in sè, e per questo canzonava tutti, senza risparmiare se stesso. Molti sostengono che queste abilità fossero innate; altri argomentano che furono guadagnate nella Città Innominabile, dove imparò ad adorare il Dio Calcolatore; altri, che furono un dono del Dio Rosso, al quale egli stesso si votò, dopo lunghe tribolazioni teologiche.
Come nota anima solitaria egli è sovente dipinto, negli anni della giovinezza; ma i cantori più maligni non disdegnano di alludere a lunghi anni di studi nella Città Innominabile, trascorsi in forse discinta compagnia di un Pescatore rinnegato. Certo è solo che cotanto studio gli valse una profonda conoscenza della Magia Programmatica, essenziale ad un Ladro come l'acqua ad un pesce. Ma la Città Innominabile era potente e viva; a lungo il Ladro subì l'influenza maligna che essa sprigionava, e a lungo vi tornò, ad affinare le sue Arti.

8 - La Sacerdotessa Bianca

La Chierica Bianca studiò le Arti della Guarigione nella Città Innominabile, a differenza della Rossa, aquilana di formazione. Ella meritatamente viene ricordata con tale soprannome, ché mai cedette ai veleni della Città Innominabile, seconda a nessuno nello spegnere gli animi. Tale tenacia la rese alfin visibile agli occhi del Paladino, del cui candore e fervore mistico ella era invece da lungi segretamente innamorata. Fu forse l'ardore divino ad accecare per sì tanto tempo il valido cavaliere; o forse, una naturale diffidenza per chi calzò le auree vesti della Contrada dei Santi era pienamente comprensibile, in un fiero campione dell'Indiano turchino.
Ad ogni modo, ella alfin ne divenne la compagna, ma solo in tempi molto maturi. A lungo inoltre dovette difendersi dai numerosi approcci di un chierico malvagio, suo compagno di studi, che lascivamente la voleva per sè; accampava costui una presunta appartenenza allo stesso Casato della Sacerdotessa Bianca. Solo lunghe preghiere agli dei minori LegaBovi e Sider, di cui sono famose assai le Litanie, le concessero la salvezza, insperata, per mano del Paladino. L’intera saga è molto più complessa di questo minimo compendio; Cicli Epici sono stati composti su di essa, e nessuno la esaurisce.

7 - La Sacerdotessa Rossa

Ogni gilda che si rispettasse doveva avere almeno un Sacerdote, per proteggere e curare la salute dei componenti, in pace e in guerra. La Gilda accoglieva due Sacerdotesse, la Rossa e la Bianca.
La Chierica Rossa discendeva da una nobile stirpe, originaria della città-isola di Caprula; tuttavia, fu la Capitale della Marca a plasmare la sua persona. Forse per affinità musicali (era infatti ella abile molto col Mandolino) divenne in breve tempo la compagna del Bardo, del quale molto amava il Piffero, come cantano gli aedi più licenziosi.
Questi, finalmente libero dal torpore dei sensi che lo avvolgeva dalla nascita, accettò di buon grado di sorvolare sulle voci che le costarono quel soprannome. Non sono mendaci le voci che cantano l'amicizia con la Sacerdotessa Bianca e con la Barbara, nelle stagioni della fanciullezza; e narrano molte leggende che ella, incurante della vocazione sulla Via, non disdegnasse adempiere a segreti riti in onore della stessa divinità cremisi adorata dalla sanguinaria Barbara. Nelle ballate dei trovatori più velenosi si ode finanche di fanciulli divorati da Rosse Presenze; ma un manto salace sovente nasconde ambigue brume. Solo questo io preferisco ricordarvi: che chi accennò l'argomento al Bardo, mai più godette del celestiale suono del Piffero suo.